Figura del ciclismo francese, Raphaël Geminiani è morto a 99 anni



Sembrava eterno poiché la sua personalità ha ispirato generazioni di ciclisti. Raphaël Geminiani è morto all’età di 99 anni, lo abbiamo appreso venerdì. Risuona ancora la sua voce, dalle sue infinite discussioni, dai suoi leggendari sproloqui, dai suoi ricordi che raccontava con veemenza. “Gemma” era conosciuta anche con il soprannome “ grosso fucile » che portava con sé dalla sua carriera in cui la sua silhouette snella era di gran moda nel gruppo. Era allo stesso tempo un immenso scalatore ma anche un intrattabile avventuriero che non aveva paura di nulla. La ricchezza della sua carriera non si riflette solo nei suoi record, è stato soprattutto il rivale poi alleato di Louison Bobet ma anche compagno di squadra di Fausto Coppi, poi storico direttore sportivo di Jacques Anquetil e quello di Eddy Merckx a fine carriera .

Scoprì il Tour de France nell’immediato dopoguerra, nel 1947, e diventò subito un personaggio fondamentale, con un volto e una sfrontatezza da attore che non si potevano dimenticare. Aveva un senso espressivo che piaceva ai giornalisti, come quando raccontò il Tour de France del 1950 colpito dall’ondata di caldo: “Quando abbiamo aperto le porte del camion frigorifero, le cosce di pollo sono uscite da sole. Li indossavano i vermi! »

Maglia rosa nel 1955, maglia gialla nel 1958

Non esitò ad opporsi ai più grandi, ribaltando il tavolo una sera in albergo durante il Tour del 1953 dopo un litigio con Louison Bobet. I due uomini erano stati rivali fin dal loro debutto quando gareggiarono per il Dunlop Premier Pas ma Geminiani capì successivamente che il ruolo di compagno di squadra di lusso gli si addiceva meglio di quello di leader fallito. Si riconciliò quindi con Bobet ma lasciò la Francia per unirsi alla prestigiosa squadra Bianchi nel 1952 per lavorare per Fausto Coppi per vincere il Giro di quell’anno. Nel 1955 fu addirittura il primo francese a indossare la maglia rosa, bellissimo simbolo per questo figlio di emigranti italiani, i suoi genitori erano fuggiti dall’Italia fascista per stabilirsi in Alvernia nel 1923.

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Conobbe l’onore della maglia gialla tardi, nel 1958 ma aveva già 33 anni e in un’epoca in cui dilagavano Charly Gaul, Jacques Anquetil e Hugo Koblet. Ma aveva capito da tempo che la sua popolarità era più importante dei suoi trascorsi, aveva persino osato usare il suo nome per associarsi alla marca di aperitivi Saint-Raphaël per finanziare la sua squadra, aprendo così la porta alla sponsorizzazione che ha segnato la fine delle squadre nazionali e regionali al Tour de France.

Direttore sportivo dei più grandi

Raphaël Geminiani era un pioniere, andava a correre in Africa dove pochi corridori si avventuravano ma dove i succulenti contratti offerti valevano molto di più di certi criterium francesi. Gli costò quasi la vita, nel gennaio del 1960, contrasse la malaria insieme a Fausto Coppi che lo aveva accompagnato nell’Alto Volta (oggi Burkina Faso). L’italiano ha ceduto quando l’Auvergne è uscito dal coma.

Raphaël Geminiani aveva il ciclismo in sé. Fino agli ultimi anni ha continuato a parlare di questa vita che lo aveva realizzato. Aveva mantenuto la parola giusta, quella che aveva centrato l’obiettivo. Raphaël Geminiani parlò di quelle che aveva conosciuto come leggende, senza sapere che anche lui lo era.



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